Leggere la storia alla luce della Pasqua

Il primo giorno della settimana, la mattina prestissimo, esse si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparati. Trovarono che la pietra era stata rotolata dal sepolcro. Ma quando entrarono non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre se ne stavano perplesse di questo fatto, ecco che apparvero davanti a loro due uomini in vesti risplendenti; tutte impaurite chinarono il viso a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate il vivente tra i morti? Egli non è qui, ma è risuscitato; ricordate come egli vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che il Figlio dell'uomo doveva essere dato nelle mani di uomini peccatori ed essere crocifisso, e il terzo giorno risuscitare». Esse si ricordarono delle sue parole. Tornate dal sepolcro, annunciarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri. (Lc 24, 1-9)


Carissimi fratelli e amici,

quando ritorna la Pasqua, la natura stessa sembra offrirci una parabola silenziosa. Dopo i mesi dell’inverno, quando i campi apparivano spogli e gli alberi sembravano immobili, improvvisamente tornano le gemme, il verde delle foglie, la luce più lunga dei giorni. È come se la creazione volesse ricordarci ogni anno una verità semplice e profonda: la vita possiede una forza nascosta che continuamente rinasce.

La Pasqua cristiana nasce proprio da questa esperienza di passaggio. La parola stessa - che deriva dall’antica Pesach - parla di un attraversamento: dalla schiavitù alla libertà, dalla notte alla luce, dalla paura alla fiducia. Nel cuore della fede cristiana questo passaggio prende il volto di Gesù di Nazareth. Colui che è stato crocifisso è stato riconosciuto dai suoi discepoli come vivente: non più prigioniero della morte, ma presenza che continua ad accompagnare il cammino dell’umanità.

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui: è risorto.» (Lc 24,5-6)

Queste parole del Vangelo non appartengono soltanto al mattino di Pasqua di tanti secoli fa. Sono una domanda che attraversa anche il nostro tempo. Viviamo infatti in un’epoca in cui la cronaca quotidiana ci mette davanti a guerre, tensioni, paure collettive, ingiustizie e sofferenze. Spesso l’impressione è che la storia sia dominata dalle forze della violenza, dell’egoismo e della divisione. La violenza del Calvario pare voglia invadere il mondo.

Proprio per questo la Pasqua non è una festa che ci allontana dalla realtà: al contrario, ci offre una luce con cui guardarla. La passione di Cristo ci ricorda che Dio non è estraneo al dolore umano: lo attraversa. La croce ci mostra fino a dove può arrivare la violenza dell’uomo. Ma la risurrezione ci dice che nemmeno quella violenza è capace di spegnere definitivamente la vita.

La Pasqua diventa così uno sguardo nuovo sulla storia. Per chi crede, è la certezza che l’amore di Dio è più forte della morte e continua a operare dentro la vicenda umana. Per chi è in ricerca, può essere almeno un invito a non rassegnarsi all’idea che il male abbia l’ultima parola.

Ogni volta che qualcuno sceglie il perdono invece della vendetta, ogni volta che la solidarietà prevale sull’indifferenza, ogni volta che una persona ritrova il coraggio di rialzarsi dopo una caduta, lì - in modo discreto e spesso nascosto - si manifesta qualcosa della Pasqua.

La nostra tradizione monastica cerca di custodire proprio questo sguardo. Nel ritmo semplice dei giorni, tra preghiera, silenzio e lavoro, i monaci imparano a leggere la storia con gli occhi del Vangelo. San Benedetto, nella sua Regola, ha lasciato un orientamento che conserva ancora oggi tutta la sua forza: «Quaerere Deum: cercare Dio e nulla anteporre all’amore di Cristo.» (Regola di san Benedetto, cap. 4)

È una frase breve, ma capace di orientare un’intera vita. Significa ricordare che ciò che davvero sostiene il mondo non è la forza, ma l’amore; non la paura, ma la fiducia; non la chiusura, ma la fraternità.

Forse proprio questo è il messaggio più attuale della Pasqua: imparare a guardare la nostra storia - personale e collettiva - senza lasciarci imprigionare dal pessimismo.

La luce della risurrezione non cancella le fatiche del mondo, ma impedisce che esse diventino l’ultima parola.

Dalla nostra comunità monastica, dove la liturgia quotidiana fa risuonare le parole dei salmi e del Vangelo, desideriamo raggiungervi con un augurio semplice e sincero. Ricordiamo nella preghiera le vostre famiglie, le vostre gioie e le vostre preoccupazioni, le speranze che portate nel cuore. E mentre la Pasqua ritorna ancora una volta a illuminare il cammino dell’anno, auguriamo a ciascuno di voi di poter riconoscere, anche nelle pieghe della vita quotidiana, qualche segno di quella luce che non si spegne.

Con amicizia e nel ricordo davanti al Signore,

I Monaci Benedettini SIlvestrini del Monastero san Vincenzo Martire
in Bassano Romano (VT)

Celebrazioni pasquali nel Monastero San Vincenzo in Bassano Romano (VT)